John Axelrod






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20 Oct 2014
JOHN AXELROD trascina La Verdi in un vortice di Amore, Morte e Angoscia: che meraviglia!
fuoridallorbita.it

JOHN AXELROD trascina La Verdi in un vortice di Amore, Morte e Angoscia: che meraviglia!

Protagonista di quattro concerti della passata Stagione Sinfonica de La VerdiJohn Axelrod si è presentato in quell’attuale con un programma sublime che fa rabbrividire, non tanto perché imperniato sul tema … “mortifero”, quanto per le continue insidie concertative che i tre strafamosi brani racchiudono battuta dopo battuta.

Il Preludio e Morte di Isotta di R. Wagner, la Morte e Trasfigurazione di R. Strauss e la Patetica-Sinfonia n.6 in Si b minore op 74 di P.I. Ciaikovskij, programma del quinto concerto de La Verdigiovedì 16, venerdì 17 e domenica 19 ottobre), sono infatti lavori che, nonostante la loro notorietà, nascondono insospettabili segreti e sorprendenti intimità, solo se una bacchetta di prestigio sia in grado di estrarli con sapiente acume e ingegnosa maestria.

Non c’è assuefatto fruitore, abitudinario frequentatore o cinico musicofilo che possa resistere alla scarica di adrenalina che sprigiona dalle pagine di questi capolavori ed è quindi con un minimo di antidoto neutralizzante che occorre presentarsi al momento del concerto, per evitare di naufragare in un oceano di vortici emotivi.

Il potere di commuovere anche le pietre è una delle prerogative del Preludio e Morte di Isotta, accostamento dell’esordio e del finale del Tristan und Isolde, voluto dallo stesso Wagner per le esecuzioni in sede di concerto: i cromatismi struggenti, le ascese e le ricadute implacabili, le disperate tensioni continuano , dopo 150 anni, a mordere le fibre dei tessuti di qualsivoglia essere senziente, disposto a febbricitare.

Axelrod non ha lesinato ad introdurre (a tempo determinato!) il virus adatto a innescare la reazione dell’organismo, alterandone la temperatura psicofisica e producendo quel desiderio intenso e tormentoso che può tranquillamente andare sotto il nome di … “piressia wagneriana”.

Il passaggio da WagnerStrauss è tanto naturale quanto dovuto, avendo il secondo esplicitato fin dal titolo del Poema Sinfonico quella “Verklarung” che il primo aveva applicato alla scena finale del suoTristan, oltre alla smisurata ammirazione che il monacense nutriva per il capolavoro del lipsiense.

È lontano da ogni indicazione poetico-programmatica (sciatta, superflua, insopportabile e del resto aggiunta in un secondo momento) che bisognerebbe ascoltare il capolavoro straussiano, affidandosi al succedersi dei quadri che fanno del giovanile Poema la prova di una tecnica compositiva e orchestrale già consolidata, ma che denota come lo scorrere del pensiero musicale abbia continui riferimenti all’Opera; del resto come non considerare i Poemi Sinfonici del Nostro una sorta di apprendistato teatrale!

Infine quel controverso lavoro la cui genesi è ancora oggetto di polemiche, legate anche alla quasi immediata morte del compositore, ma per fortuna così lontane da un ascolto estetico, unico a sterilizzarne le circostanze e i condizionamenti: quella Sesta (il termine Patetica, pur approvato da Ciaikovskij, irrora oggi il capolavoro di patine lacrimevoli e pietistiche) che la maggior parte dei Direttori semplicemente fa eseguire, fidando sulla connaturata potenza espressiva.

Continuo a considerare la Sesta di Ciaikovskij un “Requiem” anomalo, ma evito di cadere nell’agone del dibattito o di gettarmi in ardite perorazioni; mi basta accogliere l’urlo e la disperazione della partitura e l’esalazione del respiro nelle ultime cinque battute.

Commozione alle stelle durante il primo e l’ultimo movimento, tenerezza e gagliardia nel secondo e nel terzo (dopo il quale gran parte del pubblico non ce l’ha fatta a trattenersi dall’applaudire la strabiliante esecuzione, contravvenendo alla regola non scritta dell’astensione), hanno vorticosamente roteato tra le poltroncine degli astanti, lasciando una traccia così “fisica”, anche se interiore, da impedire l’immediato atto di consenso plaudente.

Una direzione impeccabile e trascinante, con tempi, incastri, impasti timbrici e vigore gestuale assolutamente perfetto, ha magnetizzato un’orchestra già di per sé straordinaria portandola a generare una sorta di ipnotismo sonoro dal quale ci si è risvegliati a stento.

Quando la Musica … “avviene”, non è per epifania divina o per meccanica riproduzione, bensì grazie a una prerogativa che una compagine orchestrale e direttore sanno svelare tramite il fiuto per il recondito e l’inappagata tensione verso un arcano sempre da decifrare; solo i curiosi, con la loro invadente insofferenza, possono accostarsi alle soglie della rivelazione, sia nell’interpretazione che all’ascolto.

La Verdi, in connubio con Axelrod, trascina sempre i desiderosi di scoprire (e non solo di ascoltare) verso quella frontiera dalla quale è possibile gustare i tesori meno conosciuti di un lavoro musicale, le preziosità custodite nell’ intreccio del tessuto, le gemme iridescenti investite dai lampi interpretativi.

Maurizio Pancotti

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