John Axelrod






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16 Dec 2013
John Axelrod e La Verdi all’Auditorium-Fondazione Cariplo di Milano: un Brahms “da brividi”
fuoridallorbita.it

domenica 15 dicembre presso l’Auditorium di Milano – Fondazione Cariplo, è salito sul podio per “abbracciare” con i suoi ampi gesti lo spazio innanzi a lui, come per raccogliere quel mahleriano Blumine (bouquet di fiori) che ha aperto il concerto.

Dopo la prevedibile disillusione, causata dall’ equivoca lettura del programma generale, che recitava (testuale): Mahler, Sinfonia n.1 Blumine, anziché, come avrebbe dovuto essere, Blumine da Sinfonia n.1, apparsa invece nell’interno del programma di sala, Axelrod ha varato quella dolce barcarola, presente solo nelle tre esecuzioni dall’ ’89 al ’93 ed espunta poi dal lavoro, “un mondo rimpicciolito … racchiuso in una cornice … lucente e serena come una bolla di sapone pronta a scoppiare” (Q. Principe).

Il seguito pomeridiano recitava: R. Wagner -Idillio di Sigfrido e J. Brahms – Sinfonia n. 3 in Fa maggiore op.90.

A sostegno del direttore un’orchestra, con la quale lavora da due anni, come sempre generosa e malleabile, che sa piegare il suo affidabile “suono” personale alle esigenze dei conduttori, di fronte a un pubblico impaziente di sentirsi “raccontare” le scoperte nascoste tra le pieghe di quei gioielli che non son fatti solo per essere ammirati in una teca, ma che necessitano di una luce rinnovabile per esprimere il loro splendore.

Ed è stato un Wagner intimo e sereno, da poco padre per la terza volta dopo l’unione con Cosima, lontano dai voli e dai grandi slanci del contemporaneo “laboratorio” Sigfrido che stava componendo, di cui utilizzò materiale tematico, quello che è planato dal focolare della casa di Triebschen, nel Natale di 143 anni fa, all’ Auditorium milanese.

Il carattere celebrativo dell’ occasione, che emerge dal lavoro, non ha concesso tuttavia alibi ad un’ esecuzione scontata o stereotipata, che invece ha sicuramente sottolineato un’attenta, accurata e volutamente leziosa immagine dell’atmosfera domestica.

Di tutt’altro mordente e carica prorompente è apparsa la seconda parte del concerto, meticolosamente preparata in una concertazione perfetta, attenta alle sfumature dinamiche delle frasi e ancor più al fluire di queste tra i reparti dell’organico, oltre che al risalto di timbriche e agogiche straordinariamente pennellate.

“Felice ma libero” è il sigillo con cui gli accordi iniziali di FA – LA bemolle – FA, corrispondenti alle lettere FAF della notazione alfabetica tedesca (Froh Aber Frei) siglano l’apertura del primo tempo di questa meravigliosa sinfonia brahmsiana, rinata nell’ affascinante esplosione interpretativa di Axelrod.

Abile sfruttatore del materiale tematico e attento indagatore delle più sottili possibilità di variazioni piegate alla struggente “Sehnsucht” romantica, Brahms necessita di un intelligenza interpretativa che sappia coniugare l’incessante profluvio musicale con le limpide chiarezze di una forma scultorea e quasi “tangibile”.

Assemblare le due facce, ostinatamente tenute distanti e quasi opposte per lungo tempo, risulta problematico non tanto per la natura delle due tendenze quanto per la scarsa abitudine a considerarle complementari anziché antitetiche o contrastanti.
Il furore, lo si è sempre voluto presentare convulso e caotico, insubordinato e scomposto, disordinato e frenetico; la forma classica invece, composta e ordinata, pacata e lineare, misurata ed equilibrata.

Niente di più fuorviante nel caso di Brahms, che Axelrod ha immediatamente proposto con una carica quasi ancestrale, come a sottolineare la validità del “motto” iniziale, in cui la felicità del suono, della forma, della costruzione e dell’equilibrio andava necessitando di una libertà e di un’adesione allo spirito creativo, di una licenza espressiva che attingesse ad abissi sconfinati, rendendo questa sinfonia, come ebbe a dire lo stesso autore, “sfortunatamente troppo celebre”.

Maurizio Pancotti


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