John Axelrod






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22 Jun 2015
John Axelrod e La Verdi: una splendida esibizione dei “Carmina Burana”di Orff
fuoridallorbita.it

Tenterò di essere distaccato e composto nel raccontare il 39° concerto della Stagione Sinfonica (l’8° dell’era EXPO), quello che ha visto Jhon Axelrod sul podio dirigere La Verdi, i Cori (le voci bianche di M. Tramontin e quello sinfonico di E. Gamberini) e i solisti G. Gianfaldoni, F. Minecccia e C. Senn nei Carmina Burana di C. Orff, preceduti da Till Eulenspiegels di R. Strauss e la prima assoluta di Les Jeux d’Arlequin di M. Botter (giovedì 18 e domenica 21 giugno).

Compito non facile, dal momento che Axelrod è un direttore che mi entusiasma ogni volta che impugna la bacchetta (ma anche quando ne è privo) per sferrare quelle “onde elettromagnetiche” che vanno ad avvolgere l’Orchestra in una sorta di bozzolo energetico, la cui espansione sonora raddoppia la potenza qualitativa dell’organico.

Potrà apparire il mio un esagerato panegirico, ma fin’ora non mi è mai capitato di ascoltare un lavoro diretto dal direttore texano senza rimanere impressionato dal suo fluido magnetico, da quel condensare nella postura di braccia-corpo-sguardo un potere infatuante che allaccia fisico e psiche, dal suo palese ascendente, forse generato da una segreta telecinesi permanente.

Axelrod sa annodare tutti quei fili che sono necessari per carpire le fibre dei musicisti e degli astanti nella rete dell’emozione, indipendentemente dalle peculiarità dei lavori scelti, e cucirne quella maglia che intrappola l’attenzione e la partecipazione.

Il lavoro di Botter, in cui il percussionista Claudio Bettinelli ha sfoderato una quantità inaudita di preziosismi timbrici (con dita, mani e bacchette che giocavano con una moltitudine di oggetti riciclati), è brano più da ascoltare che di cui scrivere, una sorta di funambolismo di un… “arlecchino” che, via via, trascina gli strumentisti dell’organico nella sua ludoteca apparecchiata.

Senza commenti, che odorerebbero di superfluo, la bella esecuzione del Till straussiano, spettacolare orgia di timbri, di incisi, di ritmiche, agogiche e dinamiche quasi paralizzanti, alimento energetico di prima necessità per un organico che si rispetti, lavoro che mette a dura prova la concertazione e le coesioni interne.

La seconda parte del concerto ha rispolverato, per la quarta volta nella storia de La Verdi, i celebri Carmina Burana di Orff.
Il Codex Buranus scoperto a metà Ottocento nell’ abbazia di Benediktbeueren delle Alpi bavaresi contiene oltre 250 poesie (in latino, medio-alto tedesco e francese antico) che argomentano di satira dei comportamenti clericali, di canti da taverna, di canti d’amore, e persino di parodie blasfeme di testi sacri : altro che Medioevo oscuro, pio e segregato nel casto e distaccato vivere delle ipercelebrate rappresentazioni monastiche!

In realtà gli orffiani Carmina Burana sono stati scritti come cantata scenica, quindi da rappresentarsi in forma teatrale, lavoro suddiviso in tre parti (Primavera, all’Osteria e Corte d’Amore) precedute da un Prologo che ritorna alla fine, ma in questa versione non viene praticamente mai offerta.

Avendo la musica sovrastato in modo soverchiante le intenzioni coreografiche di mimi e ballerini, è ormai consuetudine eseguirne la sola parte musicale senza una realizzazione visiva, puntando sull’intensa carica evocativa del suono.

I 25 piccoli gioielli che compongono i Carmina Burana, pur non esenti da richiami stilistici e timbrici di modelli contemporanei conosciuti, sono quel colpo di inventiva che fanno di Orff uno di quegli “autori di una sola opera” (non rari nella storia della musica), il che tanto angustia il compositore quanto delizia il consumatore di motivi musicali.

Particolarmente esaltante la prova del Coro Sinfonico e di quello delle voci bianche, masse vocali che hanno raggiunto momenti in cui apparivano come sciami canori di intensa corposità, scolpite nella loro pietrificazione dalle esperte preparatrici, Gamberini e Tramontin.

Le ovazioni del gremito Auditorium non si sono fatte attendere, scattando una frazione di secondo dopo l’ultimo gesto di Axelrod, che ha ovviamente “dovuto” ripetere il famosissimo inizio/finale.

Maurizio Pancotti

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