John Axelrod






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6 Nov 2012
L'ABISSO DI MAHLER SEGUENDO NIETZSCHE
CORRIERE DELLA SERA

Martedì 6 Novembre, 2012

CORRIERE DELLA SERA

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L'ABISSO DI MAHLER SEGUENDO NIETZSCHE

di PAOLO ISOTTA

 

L a Terza Sinfonia di Gustav Mahler, composta tra il 1895 e il 1896, è uno dei monumenti della letteratura sinfonica di tutti i tempi.

Di sterminato organico, i legni addirittura a quattro, per non parlare dell'artiglieria pesante, di una foltissima percussione, del coro femminile, del coro infantile e di un contralto solo; di sterminata ambizione; di sterminata lunghezza, il primo movimento che dura da solo oltre la mezz'ora; di sterminata complessità, per il voler essere simbolicamente costrutta intorno ai temi della Natura e della Notte e per il far ricorso a un testo di Federico Nietzsche cavato da Così parlò Zarathustra messo in bocca scultoreamente al contralto; a non dire d'un altro, tratto dall'antologia di Arnim e Brentano intitolata Il corno magico del fanciullo, Des Knaben Wunderhorn.

La Sinfonia, peraltro, è una vera e propria epitome dello stile e della visione del mondo del suo Autore; giusta la lezione nicciana, vuol essere il superamento del Dolore per il conseguimento della Gioia e dell'Amore verso, dapprima, la Natura, poi verso il suo Creatore; senza che l'immensa e caotica raffigurazione del Dolore perda i connotati grotteschi, danza di marionette impazzite, che in Mahler pare la sola possibilità di tale raffigurazione, se si esclude quella della Marcia Funebre. A tal proposito ricordiamo come i suoi Scherzi siano crudelissimi, la dissonanza acre adoperata a fini espressivi e connotativi: il che da solo mostra l'inane speculazione di coloro che vogliono annettere il Grande a una presunta «avanguardia». E ricordiamo, ancora, l'influenza fondativa che tali Scherzi hanno sulle Sinfonie di Sciostacovich, il massimo erede di Mahler, gigante anch'egli.

Ho ascoltato la Sinfonia circa quarant'anni fa, a Roma. Il maestro Siciliani aveva convocato uno dei migliori direttori del dopoguerra, Michael Tilson Thomas, il quale, per motivi che mi sfuggono, non fece poi la meravigliosa carriera che le sue doti avrebbero dovuto aprirgli. Chissà se negli archivi della Rai esiste ancora registrazione di quel concerto straordinario. Il mio orgoglio di napoletano esulta adesso che racconto di un concerto altrettanto straordinario avutosi sabato e domenica al Teatro San Carlo.

Sul podio un bravissimo concertatore, John Axelrod, che occupa attualmente la carica di direttore stabile dell'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. Egli dimostra l'eccellenza dell'orchestra napoletana, della quale fan parte preziosi solisti, e ne ricordiamo solo il trombone e la cornetta a pistoni, che suona nel magico «interno» onde la sua melodia sembra provenire da astrali lontananze. Dobbiamo menzionare ancora i nomi del contralto Rinat Shaham e dei maestri dei cori Salvatore Caputo e Stefania Rinaldi. Quel che non mi sarei atteso è che a onta del cosiddetto «ponte» il pubblico è convenuto fittissimo, decretando al concerto un successo che, per non esser stato preparato da una campagna mediatica, è apparso vieppiù trionfale.

Di Axelrod va rilevata una cosa essenziale, diriger egli in modo non scolastico e secondo uno stile inserito nella tradizione interpretativa mahleriana.

Axelrod possiede una chiara tecnica direttoriale e la narratività del contesto, cosa oggi sempre più rara nelle giovani generazioni; e giovane egli è. Lo sterminato e catartico Adagio finale, formalmente modellato su quello della Patetica di Ciaicovski, è da lui battuto «in quattro» al fine di non far perdere la tensione melodica e armonica. Quanta letteratura musicale novecentesca per questo Adagio daremmo!


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