John Axelrod






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31 May 2011
LANG LANG, HANCOCK, AXELROD
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LANG LANG, HANCOCK, AXELROD

Orchestra dell'Accademia del Teatro alla Scala, Milano, 23 Maggio 2011

 

Era tutto pronto per il loro avvento a Milano già due anni addietro, la sede dello spettacolo avrebbe dovuto essere l'Arena Civica, ma qualcosa non era andato per il verso giusto e l'insolito binomio formato dal grande pianista americano Herbie Hancock e dal collega cinese Lang Lang aveva dovuto rimandare l'appuntamento meneghino. Nel contempo i due avevano continuato a mietere successi, anche a più largo spettro, veleggiando in parte sulla spinta del Grammy Award incassato nel 2008.
Adesso, la fusione tra due musicisti così profondamente diversi giunge alla Scala e gli interrogativi che si pongono all'ascoltatore vertono sulla fondatezza degli elogi fatti dai media tenendo fissa quale riferimento nel giudizio, la reale graniticità della elaborazione interpretativa. Del resto, non potrebbe essere altrimenti, il cimento è di quelli robusti, nel repertorio anche una delle composizioni più intriganti del ventesimo secolo, Rhapsody in Blue di George Gershwin. Evento imperdibile insomma, anche se già inscenato su un altro prestigioso palcoscenico italiano (Verona) ed abbondantemente proposto in giro per il pianeta e nel quadro dei più raffinati cartelloni jazzistici degli States.

In tal senso, la prova del fuoco è parsa quella di vagliare se proprio a seguito delle numerose esibizioni, il concerto fosse in grado di mostrare un maggiore incremento della profondità nei contenuti espressivi. Sul piatto gli ingredienti non mancano: da una parte due pianisti dalla spiccata personalità, Lang Lang alla soglia dei trent'anni, virtuoso del classico ed Herbie Hancock gigante del jazz e del funky, dall'altra un giovane e tetragono direttore d'orchestra come il texano John Axelrod tenuto nell'occasione in palmo di mano dalla giovane e prestigiosa Orchestra dell'Accademia della Scala.
Tappa dopo tappa, il repertorio dei brani proposti è mutato e si è ampliato, attraverso l'incipit spumeggiante della celebre "Cuban Overture" di Gershwin, la formula a quattro mani di "Ma mère l'Oye" di Ravel nelle sue cinque parti costitutive, Pavane de la Belle au bois dormant, Petit poucet, Laideronnette, Impératrice des pagodes, Les entretiens de la Belle et la Bête, Le jardins féeriquedi, uno scrigno magico nel quale i pianissimo sfumavano nella sensazione reale della percezione, ciascuna nota appare così esile e modulata da fornire l'impressione che non scaturisse dal pianoforte ma dalla illusione. Poi l'esposizione delle trascrizioni della straripante "Rapsodia Ungherese n.2" di Liszt e la trascinante "Danza Ungherese n.5" di Brahms prima eseguita dalla sola orchestra ed in seguito bissata con l'arricchimento degli spunti dei due pianisti.
Lang Lang da solista esegue un fuori programma, una versione della "Polonaise” di Chopin. Strabiliante, per tecnica, musicalità, ingegno, proposta ad una velocità vorticosa ma con un magistrale controllo, note affilate, gestione delle dinamiche spettacolari.

In solo anche Hancock (Lang Lang suona su uno Steinway D, Hancock un Fazioli F278), che propone un insieme di improvvisazioni jazzistice con citazioni di "Cantaloupe Island". Ancora altissimo il livello, accattivante la gestazione dei suoi pattern, quasi una indagine analitica che pare avere origine da memorie ritmiche disperse nel sonno del tempo e delle ere. E' un concerto in cui gli ottimi Allievi dell'orchestra esaltano le marcate escursioni dinamiche, i chiaroscuri ben resi, frangenti introspettivi e repentine aperture melodiche. Senza contare le spontanee improvvisazioni per due pianoforti, tutto prima della chiusura abbagliante della "Rhapsody In Blue" che nella costruzione originaria della partitura destinata alla favolosa orchestra di Paul Whitman, che incise la composizione a New York nel lontano 1924, tradizionalmente affidata ad un solo pianista classico, concede un buon margine di spazio ad una discreta libertà e facoltà di dialogo, dato che il pianoforte dell'orchestra ha possibilità di duettare di concerto con il solista. Una illuminazione. Confusione della musica colta europea e della musica popolare del Mondo Nuovo in un lampo di suono.

 

John Axelrod e l'ottima Orchestra dell'Accademia ci deliziano una volta di più per l'esemplarità della concertazione, tanto raffinata, così impegnata a sottolineare il dettaglio mai udito senza perdere di vista la struttura generale. Il metodo è semplice: evitare di cercare nelle singole partiture ciò che non c'è, valorizzare ciò che è presente. Così il materiale sonoro diventa potentissimo se sottoposto a rubati continui e a sottolineature dinamiche in grado di fraseggiare lo schema ritmico.

 

Nel repertorio di Gershwin basta una pennellata del clarinetto perché si spalanchi un nuovo spazio sonoro, se soltanto il direttore appare disposto a metterlo in evidenza con la solerzia con cui si sostiene un solista.
Ora la proposta musicale, già spiegata con mirabile maestria ed eleganza nella cornice di
Umbria Jazz qualche tempo fa da Chick Corea e Stefano Bollani, viene ricalcata non senza fascino, facendo divampare l'immaginazione del pubblico sotto l'estro di attimi ad alta densità lirica, ammiccamenti alla rumba e al blues, ardui virtuosismi, volate traccianti, passaggi infuocati e anche virtuosismo purissimo. Tutto avviene anche con alcune umane soggezioni dei due. L'impressione montante è il continuo scambio di ruoli, con Lang Lang, pianista dal corredo più tradizionale, pronto a cogliere ogni opportunità al fine di generare creazioni di un istante ed Hancock calato per intero nel ruolo di interprete classico persino a tratti sin troppo ossequioso dell'originale. Vistoso l'intento di dialogare con un uditorio meno 'scelto', magari più incline ad accettare la novità. Ma soffermarsi a discernere i generi musicali in una serata tanto mirabile sarebbe ingeneroso ed un esercizio del tutto superfluo.



Paolo Marchegiani

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