John Axelrod






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26 May 2011
Lang Lang e Herbie Hancock: due universi che sembrano agli antipodi, duettano magistralmente sul palcoscenico della Scala.
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par Luciano Ugge

 

Lang Lang e Herbie Hancock: due universi che sembrano agli

antipodi, duettano magistralmente sul palcoscenico della Scala.

 

Un  trittico doc formato dai giovani musicisti dell'Orchestra dell'Accademia del Teatro alla Scala, dal pianista cinese Lang Lang - non ancora trentenne e già famoso a livello mondiale - e da Herbie Hancock, uno dei pilastri della musica jazz, R&B e fusion, che vanta 50 anni di esperienze e collaborazioni. La curiosità di vedere come si sarebbero intersecate le diverse esperienze è palpabile nell'aria: la Scala sembra risuonare dell'attesa dell'incontro-confronto. Ad aprire la serata, l'orchestra - splendidamente diretta dal maestro John Axelrod - si cimenta nella Cuban Overture di George Gershwin - composizione che risente dei ritmi caraibici a giustificare l'ampia presenza di percussioni all'interno dell'ensemble. Il pezzo è decisamente figlio delle note biografiche del suo autore che, trasferitosi presso gli studi di Hollywood, proponeva in quel periodo componimenti forse più commerciali e certamente legati a temi cinematografici. Un inizio vibrante, quindi, con un intermezzo di fiati - per concludere con un crescendo ritmato dalle percussioni.

 

A seguire, Ma mère l’oye - il pezzo di Ravel per pianoforte a quattro mani è piuttosto didascalico ma permette di apprezzare la compresenza sul palcoscenico, fianco a fianco, dei due pianisti - provenienti da esperienze molto diverse fra loro e ormai collaudati grazie a un sodalizio nato tre anni fa a Los Angeles. La Rapsodia ungherese n° 2 in do diesis min. R 309 di Liszt vede un maggiore coinvolgimento del duo, con Hancock di accompagnamento alle melodie eseguite da Lang Lang, mentre i ritmi balcanici della Danza ungherese n° 5 in sol min. di Brahms - proposti con vigore dall'orchestra, che rimandano all'allegria anarchica di un Goran Bregovic, paragone permettendo -introducono le improvvisazioni, da sempre nelle corde di entrambi i pianisti. Lang Lang riesce a forzare i diktat classici, esibendosi magnificamente in due pezzi, il primo dei quali in grado di ricreare immagini evanescenti.

 

Herbie Hancock non gli è da meno e, dopo aver ringraziato per la sua prima esibizione alla Scala - dove si spera di rivederlo presto - si produce in un vortice di note che sembrano scomparire per poi riapparire assumendo tonalità e ritmi diversi. Il bagaglio musicale maturato nei decenni di collaborazione con i pilastri di jazz, funky e ritmi etnici, permette al virtuoso statunitense di conquistare anche il pubblico di uno dei templi della musica classica.

 

Gran finale con la Rhapsody in Blue di Gershwin e l'attesa che si respira non è tradita - tutt'altro. I fiati  introducono ottimamente il tema che si stempera nel profluvio di pianoforti e archi. Il caleidoscopio musicale propone una miriade di temi - da quelli colti ad altri, schizzi fedeli di una New York ante Depressione. Il maestro Axelrod dirige con mano ferma l'orchestra ma non si dimentica dei pianisti - che segue sempre con attenzione. Standing ovation d'obbligo dopo un tale spettacolo che costringe Lang Lang e Hancock a ripetuti e godibilissimi bis. Spettatori più che mai soddisfatti e la speranza di rivedere ancora una tale felice mezcla di esperienze e musiche - che ha saputo conquistare il pubblico in un solare lunedì di maggio.


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