John Axelrod






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8 Sep 2014
Questa filosofia, musica dei cuore
Il Giornale di Vicenza

Il Giornale di Vicenza

CLASSICA

Serata ali' Olimpico con al centro due brani dedicati all'eterno sintomo di umanità. Dirige Axelrod, al violino d'Alba. Lunghi applausi

Questa filosofia, musica dei cuore

Le forme e i suoni dell'Amore nella Serenata sul Simposio di Platone firmata Bernstein e la “prima" delle Love's Geometries di Vacchi

Cesare Galla

Filosofia dell'amore: una serata musicale con al centro due brani specificamente dedicati a questo eterno sintomo di umanità non poteva avere titolo diverso. Da un lato, la seducente Serenata sul Simposio di Platone firmata da Leonard

Bernstein nel 1952 e probabilmente mai eseguitafinora aVicenza, una sorta di concerto per violino, archi e percussioni che disegna in cinque movimenti una sensibilità e una sensualità molto comunicative, in rigorosa chiarezza ed ecletticità di stile. Dall’altro una novità in prima esecuzione assoluta, Love's Geometries per orchestra d'archi di Fabio Vacchi, il compositore italiano oggi più significativo e più largamente apprezzato nel panorama internazionale.

Singolare l'omogeneità d’assunto di questi due brani distanti più di sessant'anni; singolare la constatazione che dai primi Cinquanta in cui operava un Bernstein guardato con sospetto dalle avanguardie più radicali, sia iniziata quella lunga "traversata nel deserto” della musica contemporanea della quale Vacchi è stato leader fin dall'inizio (nei difficili anni '70) e all'inizio mal compreso, diventando oggi il simbolo e il protagonista della nuova emozionalità nella musica.

Con un linguaggio che non rinnega l'esperienza di una raffinata modernità, ma percorre le vie di un’eloquenza profonda e del tutto personale, lontana da ogni concessione alla banalità del consumo non meno che da ogni"complicità" con la sterile accademia.

Il tutto era rinchiuso nel concerto sinfonico proposto all’Olimpico dall'orchestra UniMi dell'Università di Milano, diretta da John Axelrod, secondo e ultimo appuntamento della sintetica rassegna curata da CultureAll, fondazione svizzera che collabora con l’Unesco per portare nei luoghi patrimonio dell’umanità la grande musica, aprendola alla fasce disagiate che solo raramente vi hanno accesso. E a cui va anche il merito di avere commissionato la novità di Vacchi.

Programma denso di “allusioni" culturali e sentimentali: dall'Ouverture di Beethoven intitolata Le rovine diAtene (la culla della filosofia, patria di una cultura che resiste dopo 2.500 anni e di cui proprio l'Olimpico costituisce uno dei più grandiosi tributi) al celebreAdagietto di Mahler. Il quarto movimento dellaSinfonia n. 5 (genialmente utilizzato da Visconti nella colonna sonora di Morte a Venezia) dipinge il "dramma musicale” dell'amore che finisce con la semplice eppure lancinante dimensione timbrica degli archi accompagnati da una nostalgica arpa.

Per concludere, con repentino cambio di clima, l’eleganza  di Haydn, nella Sinfonia n. 22 (in titola tall filosofo, poteva essere altrimenti?) capace di compenetrare inventiva e fantasia con la dialettica chiara e distinta del Classicismo sinfonico di cui era stato del resto il primo perfezionatone.

Se Bernstein nel 1952 aveva il coraggio di un linguaggio di tradizionale limpidezza armonica e di raffinata qualità timbrica e melodica (non senza una ricca tarsia di citazioni colte e una notevole libertà ritmica, molto americana), e rileggeva Platone e i suoi miti d’amore con una brillantezza mai fine a se stessa, oggi Vacchi fa delle "geometrie" sentimentali l 'occasione di un altro

(l'ennesimo) saggio della sua rabdomantica capacità di far scaturire emozione all’ascolto navigando nell'emozione del suono. Rifinitissimo esempio di alto artigianato compositivo, il suo nuovo pezzo percorre strade incrociate nella ricerca del colore, dell'atmosfera armonica, dei tempi che hanno un respiro quasi fisiologico di accelerazione e rallentamento, creando una vivida alternanza di densità e rarefazione, di pura sensualità timbrica nella quale si scioglie la pur presente sofisticata riflessione strutturale. E il risultato è una comunicativa immediata, semplice, "parlante": ad essa il pubblico che gremiva il Teatro Olimpico ha risposto con un’ovazione entusiastica, che ha premiato anche l'intensa prova dell'orchestra UniMi, impeccabile in parti non certo agevoli, spesso a connotazione solistica, e guidata con amorevole

precisione da Axelrod.

La formazione milanese ha preso le misure allo spazio e all’acustica non facile dell’Olimpico con l'Ouverture di Beethoven ed è andata in crescendo di precisione, coesione e qualità sonora. John Axelrod, da tre anni anche principale della Verdi di Milano, ha un gesto estroverso ed energetico, ideale per disegnare la trama del Simposio platonico secondo Bernstein (direttore-compositore di cui è stato allievo); nella parte solistica ha sciorinato una cavata potente ma duttile e un colore di notevoli sfumature espressive la giovane violinista svizzera Rachel Kolly d'Alba, che imbraccia un magnifico Stradivari. Dopo Vacchi, le tensioni espressive di Mahler hanno trovate nella compagine degli archi, pur certo ridotta rispetto alle abituali esecuzioni sinfoniche, una ricchezza e una mobilità di suono ammirevoli, condotte da Axelrod sulle vie di un'interpretazione lontana dalla morbosità decadentistica e, volta piuttosto ad esaltare il valore della melodia nella sua nitida essenzialità. Chiusura nel nome di Haydn con bei chiaroscuri, rilievo per le parti, risalto strumentale adeguato, tempi di concreta vivacità. E applausi lunghissimi.



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